(Voce annotata nel Grimòire sotto: “Effetti collaterali floreali non dichiarati”)

Al Parco dei Tulipani i pomeriggi tranquilli non esistono davvero.
Esistono solo per chi ha il cuore abbastanza morbido da crederci.

Lì i fiori non si limitano a sbocciare: sussurrano.

Freya attraversò la piazzetta silenziosa, con il fiocco rosa che ondeggiava come una piccola bandiera di pace.
Appena varcò l’arco d’ingresso, una pioggia invisibile di polline magico le solleticò le orecchie.

Ogni tulipano aveva un colore e una personalità distinti:
— quello timido, che si apriva solo a mezzogiorno,
— quello che rideva ogni volta che veniva sfiorato,
— e quello viola scurissimo, che raccontava barzellette ai bombi con il tono stanco di un cabarettista a fine carriera.

Freya si avvicinò e raccolse un pizzico di polline da ciascuno, con un cucchiaino minuscolo legato a un filo d’argento.
Lo avrebbe usato per le sue formule di guarigione emotiva.

Sapeva che quella polvere non serviva per far volare.
Serviva per sentire meglio.

Stava inspirando un profumo leggero quando un minuscolo tulipano color pesca — probabilmente troppo entusiasta — le soffiò in faccia uno sbuffo di polline extra profumato.

Freya starnutì.

— «At-CHIH!»

Uno starnuto solo.
Ma abbastanza potente da far svolazzare il fiocco e scuotere la panchina di radici.

Quando riaprì gli occhi, i suoi baffi non erano più neri.

Uno azzurro.
Uno giallo pastello.
Uno verde menta.
E l’ultimo rosato, come il tramonto quando decide di esagerare.

Freya li toccò, perplessa.

— «Oh. Splendida catastrofe cromatica. Mi sento già ispirata.»

Un pensiero le attraversò la mente, leggero, quasi innocente:

Vorrei che ogni sedia su cui mi siedo oggi diventasse un’amaca.

Puf.

La panchina si sciolse in una morbida amaca di petali.
Freya rimase sospesa tra lo sconcerto e una certa, innegabile soddisfazione.

— «…Oddio.»

Provò un altro pensiero, senza volerlo davvero:

Vorrei che i tulipani mi facessero una serenata.

Eccoli.
In coro.
Con trombette di polline e maracas di pistilli.

Freya chiuse gli occhi un secondo.

I baffi, a quanto pareva, erano diventati desideratori indipendenti.
Ogni piccolo pensiero veniva eseguito.
A modo loro.

— «Devo andare a casa prima che pensi di voler danzare con un calamaro volante.»

Ma era troppo tardi.

Tra gli alberi apparve un calamaro rosa, stellato.
Indossava un papillon d’acqua e si inchinò con una grazia leggermente eccessiva, tendendole un tentacolo ricamato di luce.

Freya sospirò.

— «E va bene. Solo una danza. Poi basta.»

E ballarono.

Sulle note di una polka balcanica, tra bolle di resina e coriandoli di stami, finché il sole non si piegò nel cielo come una fetta di pesca.

Quella sera, nel solaio, Freya si guardò allo specchio.
I baffi erano tornati neri.

— «Peccato,» disse. «Avevano un certo carattere.»

Poi prese il Grimòire e, con la penna d’orchidea, annotò:

«Nota bene:
evitare pensieri frivoli durante l’esposizione prolungata al Parco dei Tulipani.
Possibili effetti collaterali: amache spontanee, calamari innamorati e serenate floreali.»

(In piccolo, con un mezzo sorriso felino, aggiunse:)

« E poi dicono che i desideri non hanno conseguenze.»

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