Pioveva. Una pioggia fredda, insistente. Di quelle che arricciano i baffi e l’umore.

Freya, la gatta magica, sedeva sul davanzale con il muso accigliato e la coda che faceva flap-flap come un metronomo infastidito.

— Tesoro, sembri una teiera con l’acqua in ebollizione. Che cosa ti gira per la testa? — chiese Argentia, lo specchio magico, con tono lievemente ironico.

— Ugh. Se esco mi bagno il pelo, e la splendida polvere dorata per le vibrisse che ho appena provato andrà sprecata. Immagino che perfino i tulipani del parco siano di pessimo umore, quindi non avranno voglia di parlare con me.

Si alzò di scatto.

— Questa sera merita un incantesimo serio!

E corse verso il tavolo delle magie, dove troneggiava Grimoire, il libro antico dagli angoli un po’ ustionati.

— Gri-moi-re! Ho deciso: facciamo le Magie Improprie per Serate Storte! Mmmm… qualcosa per trasformare la noia in… in… qualcosa!

— Ah, una richiesta chiarissima, con visualizzazione perfetta e obiettivo limpidissimo. Come sempre. — rispose Grimoire con il consueto sarcasmo.

— Uff, ma anche tu… Avresti dovuto imparare a leggermi il pensiero! Ma è chiaro cosa voglio: qualcosa per movimentare la serata! Leggero, spumeggiante, facile da realizzare anche da una gatta media. Ok, media-alta.

Grimoire si schiarì la voce.

— Vediamo… A tua scelta: “Incantesimo delle pulizie straordinarie” che non si esaurisce finché una gatta nera non lucida l’intero solaio; “Lezione di calligrafia felina” con cento ripetizioni obbligatorie (ma nel tuo caso prevedo il triplo); oppure potresti finalmente imparare a memoria il tuo blasone.

Freya roteò gli occhi.

— Ma nooo, che noia! Facciamo qualcosa di alternativo! Ecco! Animazione vegetale temporanea!

Scelse l’unico oggetto vegetale a portata di zampa: un cetriolo dimenticato da giorni su un piattino, già un po’ filosofo di suo.

— Oh, la mia pagina preferita. L’incantesimo dell’inutile disperazione. Sapevo che ci saremmo arrivati. — ridacchiò Grimoire, aprendo una pagina ingiallita.

Dopo una rapida occhiata al testo, Freya si mise all’opera. Tracciò un cerchio di sale, miagolò una formula antica (mezza cancellata? Zero dubbi felini: si improvvisa!).

PUM!

Una scintilla. Una nuvola di coriandoli secchi riempì l’aria.

Quando la polvere sollevata dall’incantesimo sbagliato si posò, qualcosa si mosse.
Un cigolio lieve. Una fitta di silenzio.

Il cetriolo, immobile fino a un attimo prima, si sollevò con lentezza.
Aveva lo sguardo perso. Ma non nel vuoto — no.
Nel mistero del cosmo interiore.

Oh… croccantezza perduta… — mormorò con voce cavernosa, come se stesse recitando un dramma esistenzialista in un teatro vegetale abbandonato.
Sono nato due volte. E ora… chi sono?

Freya lo fissò. Le orecchie si piegarono all’indietro in un’espressione da “ma che cavolo”.
Dovevi ballare — disse sorpresa. — Non filosofeggiare.

Il cetriolo non la degnò di uno sguardo.
Fece due passi, poi si fermò a riflettere.
Fece altri due passi. Si fermò di nuovo.
Un’ansia ontologica lo tormentava.

Tutti vogliono affettarmi. Nessuno mi ascolta. Nessuno si chiede come mi sento io… interiormente… tra i semi!

Fece una pausa teatrale. Poi, con aria ispirata, sollevò una zampetta (improvvisata) e declamò:

Croccantezza persa,
sotto miele di domande.
Pioggia dentro me.

UGH! — sbuffò Freya. — Hai tre ore di vita magica e scegli di essere un ortaggio esistenzialista?!

Il cetriolo si voltò indignato.
Si arrampicò con lentezza su una pila di libri e assunse la posa drammatica di un pensatore decadente:
una zampa sulla fronte, l’altra rivolta all’infinito.

Tre ore? Che concetto limitante.
Il senso dell’esistenza non si scopre in tre ore.
Ma forse nemmeno in tutte le nove vite feline.

Fu allora che il Grimoire emise un clic secco, e le sue pagine si aprirono da sole, come mosse da un vento interiore.

Freya, borbottò con voce arcana e leggermente infastidita,
Dovresti bilanciare di più. E improvvisare di meno.
Hai usato un ingrediente in eccesso.

Freya sbuffò. — E quale?

La domanda.
Non hai pronunciato solo una formula.
Hai espresso un desiderio nascosto: “Vorrei che qualcosa prendesse vita… per capirmi.”

Quella frase si è intrecciata con il flusso karmico latente nel Solaio.
Risultato: non un cetriolo ballerino. Ma un’anima pensante. Potenzialmente eterna…

L’idea di un cetriolo filosofo non aggiunse gioia alla serata di Freya.
Anzi, sembrava peggiorarla.

Si aggrappò allora all’ultima frase sussurrata dal Grimoire, come a una scialuppa in un mare di assurdità vegetali.
— Hai detto che ho creato per errore un cetriolo potenzialmente eterno.
Allora come faccio a farlo sparire?

— Potenzialmente, mia cara — spiegò il Grimoire con tono seccato — significa che per annullare l’incantesimo, lui deve trovare il senso della vita… oppure capirti.
Entrambe le cose sono, come dire… praticamente impossibili.

Il cetriolo annuì, molto compunto.
— Mi sembra ragionevole.

Freya sbuffò indignata.
— Hai anche un nome, o solo un dramma cosmico tra i semi?

Il cetriolo osservò la stanza in silenzio.
Poi si voltò verso uno scaffale, dove un vecchio volume pendeva di lato. Sul dorso si leggeva:

“La tristezza segreta di Gustavo Mahler”

— Mi chiamo Gustavo — dichiarò, con gravità musicale.
— È un nome che contiene il suono della pioggia, la compostezza di un’opera sinfonica…
e il peso specifico dell’incomprensione.

Un brivido passò tra le travi.
Una candela vacillò.
Il Solaio, in qualche modo, accettò la presentazione.

Gustavo si inchinò lentamente.

— Sono filosofo vegetale.
Ex sottaceto.
Vivente fino a nuova illuminazione.

Freya si sedette, esausta.
— Ci mancava solo un oracolo vegetale.
Che stupida sera piovosa… Ma forse… non poi così tanto.

Lascia un commento