Nel Solaio c’era un angolo che nessuno puliva mai davvero.

Non per pigrizia.
Per cautela.

Dietro lo scaffale dei libri dimenticati, tra umidità rispettabile e pensieri lasciati a metà, compariva a volte una luminescenza giallo-verde accompagnata da un odore difficile da definire: inchiostro acido, tè dimenticato e giudizio non richiesto.

Lì abitava Clara.

Lumaca.
Acida.
Professionalmente delusa dall’umanità.

All’inizio Freya pensava che la crepa parlasse da sola.

Succedeva soprattutto nei giorni peggiori.

Ogni volta che attraversava il Solaio trascinandosi dietro un fallimento, una delusione o un esperimento emotivamente discutibile, dalla parete arrivava sempre una frase poco incoraggiante.

— “Decisione prevedibile.”

Oppure:

— “Stai romanticizzando un problema logistico.”

O ancora:

— “Molto teatrale. Poco sostenibile.”

Freya inizialmente sospettò Argentia.

Argentia negò con dignità offensiva.

— Io giudico frontalmente. Non sussurro dai muri.

Per alcune settimane nessuno vide nulla. Ma ogni tanto compariva una sottilissima scia fosforescente, qualche tazzina minuscola misteriosamente vuota o una pergamena piena di annotazioni velenose, ma ferocemente precise.

Correzioni ai margini dei libri.
Commenti offensivamente accurati sugli incantesimi di Freya.
Osservazioni calligrafiche sul decadimento mentale degli esseri viventi.

Sospettando la presenza di qualche spirito bibliotecario illuminato — o di una forma particolarmente colta di infestazione magica — Freya iniziò a lasciare intenzionalmente un biscotto davanti alla crepa.

La mattina seguente il biscotto spariva sempre.

Al suo posto compariva un biglietto.

La grafia era impeccabile. Elegante e leggermente inclinata verso il giudizio.

Il primo diceva:

“Biscotto mediocre.
Ma apprezzo il tentativo diplomatico.”

Freya rimase talmente colpita dal tono da conservarlo immediatamente nel Grimòire sotto la sezione:
“Minacce passive-aggressive di qualità superiore”.

Da quel momento lasciò biscotti con crescente dedizione scientifica.

E i messaggi continuarono.

“Troppo zucchero.
State cercando conforto o occultamento emotivo?”

Oppure:

“Consistenza accettabile.
Intenzioni discutibili.”

E una volta, dopo un dolce particolarmente riuscito:

“Finalmente qualcosa che non mi delude immediatamente.
Segnalo il progresso con moderato disgusto.”

Freya collezionava quei biglietti come rarissimi esempi di epistolografia velenosa d’alta classe.

Li leggeva la sera, acciambellata sul tappeto, studiando con attenzione quella forma sofisticata di cattiveria filosofica.

Fantasticava perfino di prendere lezioni.

Argentia, quando scoprì la collezione dei biglietti, rimase in silenzio per parecchi secondi.

Poi osservò la calligrafia impeccabile, la precisione offensiva delle annotazioni e il biscotto semisbriciolato lasciato davanti alla crepa.

— Oh, magnifico. Adesso nel Solaio abbiamo anche una forma di sarcasmo sorprendentemente rispettabile.

Fu così che Clara smise di essere considerata un’infestazione misteriosa e diventò, con una certa riluttanza generale, parte ufficiale del Solaio.

Freya sosteneva che fosse «misantropa con eleganza».
Argentia preferiva definirla «una forma di corrosione emotivamente alfabetizzata.»

Clara considerava entrambe le definizioni accettabili.

Non parlava spesso.

Ma quando lo faceva, nel Solaio cadeva quel silenzio particolare che compare appena prima delle verità fastidiose.

E da allora, ogni volta che accadeva qualcosa di abbastanza stupido, teatrale o emotivamente compromesso… Clara si annunciava sempre nello stesso modo: con un giudizio.

Mai richiesto.
Mai gentile.
Quasi sempre corretto.

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