Quando il Solaio risplende di una luce pigra, qualche riflesso ogni tanto finisce nello specchio incastonato in una cornice di rami d’edera pietrificata. Ma non è un semplice pezzo di vetro. È uno Specchio blasonato.
E il suo nome — Specula Argentia — evoca una lunga linea di maestri che, nei secoli, avevano avuto il privilegio di riscoprirla.

Perché Argentia non fu mai creata. Esisteva da prima delle parole.
I grandi maestri potevano solo lucidarne lo splendore, aggiungendo incanti per renderla visibile, maneggiabile, parlante.
Una volta, una maga le chiese:
— “Ma tu cosa sei, esattamente?”
E Argentia rispose, senza muovere un riflesso:
— “Un’intelligenza che non chiede scuse per brillare. E tu?”
È così: elegante, teatrale, affilata. Parla come una critica letteraria rinchiusa in uno specchio d’argento, con il portamento di una duchessa decadente. Sempre vestita benissimo, sempre pronta a puntare il dito… con grazia.
La sua voce ha l’accento delle capitali dimenticate e l’ironia delle dive in bianco e nero. Ha attraversato secoli, stanze, teatri e salotti. Ha visto regine bluffare, illusionisti sparire e bambini mentire sulla propria età — perché troppo piccoli per essere presi sul serio. Argentia non consola: risveglia. A volte giudica con una pausa. Eppure, se ti accoglie tra i suoi riflessi, è perché ha intravisto in te una crepa luminosa.
Quella superficie liquida non riflette solo volti. Restituisce anche le intenzioni mancanti, le domande non fatte, le verità ancora troppo immature per essere dette ad alta voce.
A volte, basta avvicinarsi e lo Specchio mormora:
— “Questa oggi non è la tua faccia. È quella che porti per farti accettare. Io parlo solo con quella vera.”
Altre volte, più rare, sussurra soltanto:
— “Stai andando piano, ma non servono miracoli. Semplicemente resta qui un po’. Respira le visioni dei sogni.”
A volte riceve visite, domande, riflessi. Ma non è sempre disponibile, è altamente umorale.
E Diva. E Maestra. Ma non è onnipotente. Gli capitano crisi, silenzi, giornate storte. Allora smette di parlare, si copre di nebbia, e lascia il posto al silenzio. Un silenzio che sa aspettare.
L’incontro tra Freya e Argentia cominciò proprio così: tra silenzi ostinati, intuizioni incerte e curiosità accesa. Si trovarono per caso. O per incanto.
Freya cercava magia nelle pieghe quotidiane.
Leggeva storie di ogni tipo, vere, fiabesche, inventate, ma più ne leggeva, più ne voleva:
le storie erano finestre, incantesimi discreti in mezzo alla realtà.
Frugava ovunque: tra mercatini affollati e scaffali dimenticati,
finché un giorno sentì parlare di uno specchio magico dal carattere capriccioso. Abitava in fondo al retrobottega, e sembrava stanco di tutto.
— “Uno specchio? Perché dovrebbe essere magico? Riflette, ma non sente.”
Eppure, qualcosa dentro di lei si tese. Una curiosità sottile, come un filo che tirava dalla pancia.
Così decise di andare.
Si presentò con le zampe pulite (più o meno), le orecchie dritte e un po’ di batticuore. Il padrone del negozietto la accompagnò nel retro, contento che qualcuno potesse distrarre quell’anima vanitosa e parecchio annoiata.
Argentia passava le serate a brontolare e a lucidare la cornice.
All’inizio la ignorò con dedizione professionale. Restituiva solo immagini lucide, fredde, come per dire: “Torna quando saprai cosa chiedere davvero.”
Freya la guardava. Tornava. Non diceva nulla, ma si sedeva lì, sbattendo la coda spazientita.
Finché un giorno lo Specchio sbuffò:
— “Insisti. Mi piaci. Ma ricordati che io taglio.
Non consolo per mestiere. Lo faccio solo quando ne vale la pena.”
E così nacque un addestramento reciproco.
Freya imparò a formulare domande vere. Argentia imparò a restituire risposte senza ferire troppo. (“Taglio, sì. Ma lucido subito dopo.”, diceva.)
E quando finalmente mostrò il volto, lo fece come si addice a una regina:
con una risata cortese e una frase indimenticabile:
— “Freya, mia piccola strega in pelo e fusa…
Sei arrivata. Tardissimo, ovviamente. Ma almeno hai portato il fiocco giusto.”
Per Argentia, nel solaio di Freya, fu creato un angolo tutto suo. E drappeggiato di sete chiare e ornato di fiori bianchi. Uno spazio per le rivelazioni e per i giorni in cui non si hanno parole.
E tra una provocazione, un muto consiglio e un incantesimo mal riuscito, nacque un affetto profondo. Ma non un affetto da favola. Un affetto da solaio incantato.
Fatto di pause.
Di polline.
Di lettere non finite.
Di giudizi taglienti.
E di carezze rare, ma vere.
Due anime si erano incontrate, e avevano deciso, liberamente, di aiutarsi a espandersi. Di custodirsi e rispecchiarsi.
E di creare mondi — per sé, e per chi avrebbe avuto il coraggio di guardarsi davvero.


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