Quella sera di sabato pigro e afoso, nel Solaio, l’aria aveva deciso di non collaborare. Restava immobile, sospesa come un pensiero che non vuole finire.

Anche il nuovo pigiamino di seta viola pareva troppo.

Freya si trascinava da un cuscino all’altro come una nuvola stanca, infastidita persino dal fiocchetto rosso che le decorava la coscia: inutile, ma dannatamente allegro.

Gli incantesimi non si incantavano, il tè non profumava, e la pergamena bianca giaceva ostinatamente vuota, rifiutandosi di diventare favola.

Poi, un drrrin spezzò l’afa.

Alla porta c’era lei. Una farfalla smarrita, con ali grandi, leggere… e quasi spente. Entrò tenendole socchiuse, come se proteggesse qualcosa che teme persino la luce.

«È successo di nuovo,» disse.

Una piccola scaglia di colore si staccò e cadde sul pavimento senza fare rumore.

«Non credo nemmeno io di meritare un riflesso variopinto. I colori lo sanno… e scappano.»

Argentia sospirò dal vetro. Un sospiro sottile, più preciso che gentile.

«Sempre lo stesso movimento: vedersi, dubitare, sbiadire. E poi bussare per chiedere un incantesimo che non serve a nulla se manca la luce dentro.»

Freya non rispose.

Conosceva bene quella farfalla: ogni volta lo stesso turbamento, la stessa fuga dal proprio riflesso. E ogni volta, la stessa richiesta — un briciolo di sicurezza, anche se dura poco.

Si mise al lavoro.

Aprì il cassetto degli ingredienti improbabili e ne tirò fuori:
– una manciata di polvere d’arcobaleno non certificata,
– tre petali di fiducia appena abbozzata,
– un pizzico di coraggio rimasto sul fondo di una tazza,
– e una briciola di entusiasmo dimenticato sotto il tappeto.

Strappò anche una pagina dal Manuale su come essere confidenti — non per usarla, ma per contraddirla con eleganza.

Poi, come spesso accade, sbagliò.

Prese una dose eccessiva di fiori secchi di centonervi — quelli che schiariscono le idee e alleggeriscono i pensieri — senza considerare che, in quantità generosa, tendono a prendere iniziative autonome.

Per un attimo, il Solaio si fermò in un equilibrio leggermente sbagliato.

Poi si illuminò. Il profumo della miscela si diffuse piano, riempiendo la stanza di qualcosa di indefinito, tra una promessa e un errore.

La farfalla si avvicinò allo specchio. Rimase immobile, poi sollevò lentamente le ali.

I colori tornarono. Ma non come prima.

Tremavano, respiravano, cambiavano.

Freya, accanto a lei, abbassò lo sguardo. Le sue zampette erano diventate bionde, di un biondo caldo e dorato, come il grano illustrato nei vecchi manuali di pozioni bucoliche.

Per un secondo, nessuna delle due parlò, poi Freya scoppiò a ridere.

Una risata chiara, leggera, che non chiedeva il permesso a niente.

Argentia inclinò appena il riflesso.

«Finalmente qualcosa che ti somiglia: assurdo, gratuito e sinceramente fuori controllo.»

La farfalla osservava le proprie ali. Non erano più sbiadite, ma nemmeno stabili. I colori si mescolavano, si rincorrevano, cambiavano disegno a ogni battito.

Le chiuse a metà. Le riaprì più piano.

«Sono… meravigliose. Ma ho paura che il colore svanisca di nuovo. Freya, sei sicura che la magia serva, anche se non dura un’eternità?»

La gatta si sistemò sulla sua poltroncina preferita. Il fiocco rosso oscillava piano.
«Certe metamorfosi vanno fatte lo stesso,» disse, sistemandolo con cura.

«Per il gusto di provare qualcosa di nuovo… e poi tornare a noi stesse, un attimo dopo, come se nulla fosse.»

La farfalla guardò le ali. Poi Freya. Poi ancora le ali.

Un’altra scaglia cadde. Questa volta, colorata. E nel punto in cui si staccò, nacque un piccolo vortice arcobaleno che riempì il vuoto con ostinazione.

Argentia, con voce di seta e acciaio, concluse:

«Quando il colore svanisce… non è una perdita. È spazio.
Per dipingere una storia nuova, con una palette diversa.»

Nel Solaio, l’aria tornò a muoversi, riportando gli incantesimi e un’ispirazione decisamente fuori misura.

Il resto seguì la solita traiettoria: imprevedibile.

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