C’erano mattine in cui il Solaio diventava troppo piccolo persino per Freya.
Succedeva quando i pensieri iniziavano ad accumularsi negli angoli come polvere nervosa, quando le tisane smettevano di funzionare e perfino Argentia consigliava il silenzio invece delle sue solite sentenze taglienti.
In quei giorni, Freya prendeva il cestello di vimini stregato — quello con il pessimo carattere e l’abitudine di commentare tutto senza essere interpellato — e si metteva in cammino verso il mercato delle magie piccole e grandi.

Il mercato non compariva mai nello stesso punto.
A volte sbocciava all’alba tra due vicoli addormentati.
Altre volte appariva solo quando il cielo diventava color viola muschio e il mondo iniziava a somigliare a un pensiero distratto.
Non tutti riuscivano a trovarlo.
Per entrarci serviva una condizione precisa: aver dimenticato cosa si stava cercando.
Freya, fortunatamente, era bravissima in questo.
Quella volta partì indaffarata, con l’aria di chi ha molte più vite da vivere oltre a quella in corso. Aveva mille idee da rincorrere, sogni che si accavallavano uno sopra l’altro e un elenco infinito di compiti prosaici da completare prima del tramonto.
Nella sua testa saltava continuamente da un pensiero all’altro: si indignava per la poetica discutibile degli ultimi incantesimi, costruiva dialoghi elegantissimi da usare contro Argentia, meditava di estorcere a Clara una nuova ricetta per le sue celebri conversazioni velenose… e, senza quasi accorgersene, finiva puntualmente davanti al mercato.
All’ingresso non c’era una porta, ma una vecchia pensilina di ferro battuto con una targhetta minuscola:
“Lascia qui ciò che stai cercando.
Potrai riprenderlo all’uscita… se sarà ancora necessario.”
Freya sospirò teatralmente.
Per entrare era sempre costretta a lasciare qualcosa: un’ossessione, una preoccupazione, oppure uno di quei desideri troppo rumorosi che occupano tutta la stanza anche quando nessuno li ha invitati.
Quella mattina lasciò:
“la necessità di capire tutto subito.”
Il mercato, soddisfatto, aprì lentamente le sue bancarelle fluttuanti.
Con la lista sgualcita infilata sotto la zampa e un occhio vigile ai sogni in saldo, Freya si lasciò guidare dal profumo di vaniglia e cannella fino al banco dei dolci.
Il cestello si indignò immediatamente.
Insisteva sempre perché iniziassero dagli acquisti responsabili, ma nessuno aveva ancora scoperto un metodo affidabile per impedire a Freya di inseguire zucchero e magia contemporaneamente.
Scelse, come sempre, i biscotti dei pensieri complicati: croccanti fuori, ma pieni di dubbi teneri all’interno.
Ne prese tre:
— uno a forma di punto interrogativo, utile per distinguere le domande importanti da quelle che mordono solo per abitudine;
— uno con glassa al limone e coraggio concentrato, indispensabile per iniziare magie decisamente superiori alle proprie competenze;
— e uno alla lavanda, capace di calmare l’anima perfino dopo i rituali più disastrosamente storti.
Poi raggiunse il banco delle tisane incantate, dove una vecchia donnola dagli occhiali appannati annusava le emozioni dei clienti prima ancora di rivolgere loro la parola.
Inspirava lentamente vicino alla nuca, sospirava con gravità professionale… e poi iniziava a mescolare attentamente gli ingredienti.
Per Freya preparò:
— fiori di gelsomino selvatico capaci di promettere sogni più docili del solito;
— foglie d’iris per contenere crisi esistenziali lievi;
— e una sottilissima scaglia d’argento di silenzio serale, perfetta per evitare discussioni inutili e risposte emotivamente compromettenti dopo mezzanotte.
Il cestello suggeriva anche una fiala di buon senso concentrato e due bustine di prudenza preventiva… ma Freya si rifiutò categoricamente di acquistare entrambe.
Dopo aver sorseggiato la tisana ancora fumante — che sapeva vagamente di pioggia estiva e decisioni rimandate — Freya riprese lentamente il giro delle bancarelle.
Nel cestello finirono anche:
- Chiodini dorati per trattenere i sogni quando cercano di scappare dal cuscino.
- Piuma di gufo notturno con residui di saggezza sarcastica.
- Polvere di stelle esauste, utile per illuminare i pensieri sfilacciati.
- Bollicine di leggerezza, intrappolate in ampolle di vetro sottile, da rompere solo quando i doveri diventano troppo rumorosi.
- Un secondo in più al giorno, venduto in bustine da tè.
Si diceva che, bevuto in un momento sincero, riuscisse ad allungare la pazienza di qualche prezioso minuto.
Freya ne prese due confezioni senza nemmeno fingere moderazione.
Guardò a lungo le lettere mai spedite, pensate per i rituali di perdono. Poi decise che non era ancora pronta per certi cambiamenti e proseguì oltre.
Finì con il filo spinato di ironia morbida, per ricucire il cuore senza che si noti troppo.
Alla fine, stanca e piena di incanti non urgenti ma necessari, la gatta si sedette su una panchina che cambiava forma a seconda dell’umore. Quella mattina era una nuvola solida, con braccioli a forma di punto e virgola. “Non ho trovato quello che cercavo,” disse al cestello.
“Ma hai trovato tutto quello che non sapevi di volere,” borbottò il cestello, fingendo di non esserne felice.
E insieme tornarono al Solaio.

