Freya aveva dormito male.
Non il sonno pigro e profumato di biscotti alla cannella, ma quello sottile, nervoso, che graffia da dentro.

Aveva sognato labirinti troppo perfetti, disegnati con una precisione sospetta, fatti di piante vive e ostinate, le spine lucide come aghi di vetro. Più avanzava, più i corridoi si stringevano. Respiravano contro di lei.
All’inizio graffiavano soltanto.
Poi la chiamavano per nome. La insultavano con voce dolce, la ferivano con precisione, la tormentavano.
“Resta. Resta. Resta. Non sei entrata. Non puoi uscire.”
Per un attimo, Freya non capì più da che parte stesse andando.
Poi finì nell’acqua.
Scura, salata, inquieta.
Con gli squali dalle bocche sbagliate. Ma non nuotavano. Galoppavano sul fondo.
Zampe veloci, corpi storti. Uno la superò senza guardarla.
Gli altri che non riuscivano a raggiungerla, spalancavano le fauci e sputavano acido lattiginoso.
L’acqua cambiava. La luce si piegava. Le distanze smettevano di funzionare.
Non era fuga. Era consumo lento.
E infine il Solaio.
Un tonfo sordo, pieno, come un cuore che sbaglia ritmo.
Le travi cedettero come se avessero aspettato quel momento da sempre.
La polvere si alzò lenta, densa, inevitabile.
Freya guardò intorno — ma non riconobbe più niente.
Fece un passo indietro.
Inciampò.
La sua piccola borsa da viaggiatrice dei sogni si aprì, e un boccettino si ruppe senza chiedere il permesso.
I granelli di trasformazione si liberarono nell’aria, invisibili e testardi.
Freya inspirò.
E per un istante non seppe se stava ancora correndo.
Quando riaprì gli occhi, era diventata una sirena felina, metà gatta e metà carpa, con la coda che rifletteva luci liquide e lente.
Nuotava senza sforzo, il corpo leggero, i pensieri silenziosi, tra altre carpe che non chiedevano spiegazioni, né prove di coraggio.
E per la prima volta, non stava scappando da nulla.
Stava semplicemente scegliendo dove respirare. 🐾✨


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