Ci sono mattine che partono male prima ancora di cominciare.
Questa era una di quelle.

Freya ha appena vissuto un’altra delle sue notti gentilmente apocalittiche.

Catastrofe. Pochi sopravvissuti. Il mondo da ricostruire da zero — con una certa calma, si presume.

E lei… in mezzo al fango, con tre uova tra le zampe. Tiepide. Vive quel tanto che basta per preoccuparsi.

Con piccoli puntini scuri sulla superficie opaca… e una minuscola piuma attaccata a una crepa quasi invisibile.

Sotto il fieno era umido.
Quella consistenza incerta che non sai se ti sostiene o ti tradisce.

L’aria era luminosa — una di quelle mattine troppo pulite per essere gentili.
Sole alto… ma freddo. E l’umidità che si infilava nel pelo, arricciandolo piano, come un pensiero che non vuole stare al suo posto.

E lei lì. Con tre uova e una necessità di farle diventare pulcini, poi galline, poi — con un certo ottimismo — una forma di dignitosa sicurezza.

Ma dignità, poi?

Nel fango.
Con tre uova.
Che qualcuno potrebbe rubarti da un momento all’altro?

Il subconscio, a volte, ha un senso dell’umorismo discutibile.

Freya si è svegliata con i baffi leggermente contrariati… e una sensazione molto meno elegante, decisamente poco poetica:

una profonda, ingovernabile INCAZZIATURA che lasciava l’amaro in bocca per l’impossibilità di distruggere quel scenario assurdo.

Poi ha sospirato e ha deciso che, per oggi, salverà solo quello che riesce a tenere tra le zampe.

(Anche se sono solo le uova.)

E intanto, lunedì è partito irrimediabilmente storto.

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