
Il Cactus viveva nella penombra, occupando con imperturbabile indifferenza l’angolo più impolverato del davanzale.
Dietro di lui correva una piccola crepa nel muro che offendeva profondamente Argentia, ma che Clara considerava una composizione di notevole equilibrio estetico.
Freya si dimenticava regolarmente di innaffiarlo e sosteneva, con una certa disinvoltura scientifica, di stare conducendo un esperimento sulla sopravvivenza in ambiente ostile.
Gustavo, naturalmente, lo considerava il più grande maestro zen del secolo e passava interi pomeriggi a contemplarlo in rispettoso silenzio, convinto che quella immobilità spartana contenesse il senso ultimo dell’esistenza.
Di tanto in tanto, con la cautela di chi interroga un oracolo capriccioso, osava porre qualche timida domanda.
«Ma la luce illumina… o scotta il cuore tenero delle spine?»
Oppure:
«E se l’ostilità del mondo fosse soltanto un elaborato piano per la fioritura?»
Una volta aveva persino domandato:
«La sete è sofferenza… o solo una forma particolarmente elegante di pazienza?»
Ma in risposta otteneva invariabilmente lo stesso gelido silenzio.
Ciò, inspiegabilmente, non faceva che rafforzare la sua ammirazione.
«Ah…» sussurrava Gustavo, con gli occhi lucidi. «La profondità delle sue risposte supera ancora una volta la mia comprensione.»
Il Cactus, dal canto suo, continuava a non partecipare alla conversazione.
Con crescente esasperazione di Clara, che da mesi sosteneva che non si trattasse di saggezza orientale, ma semplicemente di una pianta.
Una posizione che Gustavo considerava offensiva e intellettualmente miope.
«Clara,» sospirava con dignità vegetale, «non tutti i maestri hanno bisogno di parlare.»
«E non tutti i cetrioli hanno bisogno di interpretare ogni essere vivente come un monaco tibetano,» replicava lei.
Il Cactus, naturalmente, ignorava entrambi.
Come aveva sempre fatto. Come probabilmente avrebbe continuato a fare fino alla fine dei tempi.
Clara sospirava guardando il cactus, lanciava qualche occhiataccia irritata e brontolava.
Brontolava sempre.
Perché non avrebbe mai ammesso a voce alta, sotto tortura o davanti a un tribunale competente, di essersi affezionata a quella pianta scorbutica e antipatica.
Eppure, nelle notti troppo calde, quando il Solaio taceva e persino Pico aveva smesso di raccontare notizie non richieste, la lumaca acida controllava che il vaso fosse ancora al suo posto.
Non per affetto, sia chiaro. Per bilanciare l’ingiustizia dell’universo.
Una volta gli regalò un sassolino perfettamente inutile che aveva trovato sotto un vaso rotto.
«Ha una dignità minerale notevole,» borbottò. «Mi sembrava il tuo genere.»
Il Cactus non reagì.
Un’altra volta gli sistemò accanto una piuma caduta dalla sciarpa di Pico.
«Così almeno avrai qualcosa da disprezzare durante l’inverno.»
Il Cactus non reagì.
Durante un temporale particolarmente fastidioso gli lasciò vicino una conchiglia vuota.
«Produce un silenzio di qualità superiore.»
Il Cactus piegò leggermente un ago. Clara fece finta di non notarlo.
Una notte, dopo una discussione con Gustavo sulla reincarnazione delle zucchine, trascinò fino al davanzale una minuscola etichetta di rame su cui aveva inciso, con calligrafia irritata:
“Qui sta.”
«Non è una dedica,» precisò immediatamente. «È un’informazione.»
Il Cactus rimase immobile.
Ma una settimana dopo, senza preavviso e con evidente mancanza di rispetto per il carattere generale del Solaio, produsse un fiore rosso scandalosamente sfarzoso.
Clara lo osservò a lungo.
«Esibizionista.»
Tre giorni dopo, un bocciolo minuscolo sbocciò proprio rivolto verso il lato da cui Clara era solita brontolare.
La lumaca rimase in silenzio.
Il Cactus rimase in silenzio.
«Coincidenza,» dichiarò Clara.
L’ago più alto si inclinò appena verso di lei.
La primavera successiva, con orrore generale di Argentia e l’entusiasmo quasi religioso di Gustavo, il Cactus produsse un unico piccolo fiore viola.
Non rosso.
Viola.
Esattamente dello stesso colore della sciarpa preferita di Clara.
La lumaca acida fissò il fiore per dieci minuti buoni.
Poi tossicchiò.
«Plagio.»
E naturalmente quella sera controllò quattro volte che nessuno si fosse dimenticato di chiudere la finestra.
Non per affetto. Figuriamoci. Per bilanciare l’ingiustizia dell’universo.
Il Cactus, dal canto suo, continuava a non parlare.
Ma da quel giorno, quando Clara brontolava più del solito, un ago si piegava appena nella sua direzione.
Che, per un cactus, equivaleva praticamente a un abbraccio.

