(ovvero: Come trasformare un’offesa in alta pasticceria verbale)

Un giorno, Freya ricevette una lettera insultante. Piegata male, stampata in Times New Roman corpo 11: già questo, di per sé, era un’aggressione estetica. Il mittente aveva avuto l’ardire di dire che le magie di Freya erano inutili, poco serie e piene di briciole.

Freya lesse due volte. La prima per indignarsi. La seconda per scegliere con cura DOVE indignarsi. “Ah no. Questo no. Offendere la mia magia va bene, ma le briciole?…” sibilò, con quel tono da gatta ferita che di solito precede un disastro elegante. “È tempo di… reclamo ufficiale.”

Accese la candela al gusto di stizza, mise i baffi in piega, e si sedette al tavolo.

Ma c’era un problema minuscolo: Freya non sapeva offendere con stile. Era capace di graffiare il divano, sì. Ma non l’autostima altrui, con grazia.

Allora chiamò Clara, la lumaca acida, esperta in sarcasmo vintage e sdegno selettivo.

Clara arrivò scivolando lenta ma letale.
“Dimmi tutto, Freya. A chi dobbiamo rovinare la giornata con garbo?”

“A un tipo ottuso che non sa apprezzare le briciole…” mormorò Freya, già col fiocco inclinato di due millimetri in segno di guerra.

Allora scrivi:

 “Egregio Signore dal gusto culinario discutibile e dalle metafore inesistenti,” e fece una pausa, perché anche le offese gentili hanno bisogno di respirare.

Clara alzò un sopracciglio “Cosa dobbiamo contestare?”.

 ‘Che non so fare le magie!”

Clara proclamo:

“Le sue osservazioni rivelano un fondo di verità così remoto da risultare quasi mitologico.”

Freya socchiuse gli occhi. “È poesia.”

“È chirurgia,” corresse Clara. “E ora aggiungiamo la glassa.” Dettò ancora: “Mi auguro possa, alla prossima occasione, elevare le Sue critiche al rango di poesia semantica.”

Freya fece le fusa. Era perfetto.

“E per i saluti?” chiese la gatta, già pronta a sigillare la busta con una zampata di ceralacca.

Clara non negò.

“Certa che il tempo saprà curare la Sua confusione cognitiva con la stessa celerità con cui io dimenticherò la Sua esistenza subito dopo aver apposto il sigillo a questa missiva, Le auguro una vita ricca di specchi, affinché possa finalmente confrontarsi con qualcuno alla Sua altezza: il vuoto.”

Freya rimase in silenzio un secondo intero, per rispetto del capolavoro. Poi scrisse sotto, con una calligrafia sorprendentemente elegante:

Distintamente Vostra (ma proprio poco),
Felinissima Freya.

E mentre la ceralacca si raffreddava, il Solaio respirò. Non di pace: di soddisfazione.

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