Il mercatino del mercoledì aveva occupato la piazza di Codeville senza chiedere il permesso a nessuno.

Tra la fontana e la pasticceria erano comparsi banchetti coperti di stoffe colorate, ceste di nastri, scatoline di dolci, tazze dipinte a mano, candele che promettevano serenità immediata e almeno quattro oggetti di cui nessuno conosceva la funzione, ma che tutti desideravano possedere.

L’aria profumava di zucchero, carta nuova e decisioni finanziarie discutibili.

Freya si fermò all’ingresso del mercato con gli occhi accesi.

«Oggi ho voglia di buttare via un po’ di soldi.»

Clara, appollaiata sul bordo del suo cestino da passeggio, sollevò lentamente le antenne.

«Ah. Ottimo stato d’animo» grugnì la lumaca.

Poi estrasse da sotto il guscio un minuscolo taccuino e lo aprì su una pagina intitolata: Possibili modalità di rovina economica.

«Dimmi soltanto in quale reparto desideri sacrificarli.»

Freya si sedette, avvolgendosi la coda intorno alle zampe con aria responsabile.

Clara cominciò a leggere:

«Vestiti scandalosamente belli.»

«Possibile.»

«Scarpe poco necessarie.»

«Molto possibile.»

«Cosmetici che promettono miracoli sulla base di un’alga rarissima scoperta per caso da una contessa coreana.»

«Interessante.»

«Accessori per migliorare la calligrafia, che ignorerai dopo tre giorni.»

Freya abbassò le orecchie.

«Cinque?»

«Quattro.»

«Cinque giorni, Clara.»

«Come preferisci. Poi abbiamo oggetti magnifici e completamente inutili…»

La gatta trattenne il fiato.

«…e dolci miracolosi che non fanno ingrassare.»

«Ma dai.» Freya agitò una zampa. «Qualsiasi spreco gioioso è moralmente giustificato.»

Clara richiuse il taccuino.

«La frase tipica di chi sta per acquistare una zuccheriera a forma di cigno pur non utilizzando lo zucchero.»

Freya decise di ignorarla e si diresse verso il primo banchetto, dove decine di fiocchi erano disposti in ordine cromatico dentro piccole scatole di legno. Ce n’erano di velluto, di seta, di pizzo, con perline, stelle ricamate e minuscole campanelle dal suono insopportabilmente grazioso.

«Potremmo partire con un fiocco nuovo…»

Clara osservò quello color prugna che Freya portava al collo.

«Ah, giusto. Perché i cinquantadue che possiedi sono pochi.»

«Ma non mi stanno più bene!»

«Immagino siano cambiati loro.»

«Esattamente.»

Freya sollevò un fiocco verde salvia, lo accostò al muso e inclinò la testa.

«Vedi? Questo esprime una fase completamente nuova della mia personalità.»

Il fiocco finì nel cestino.

Subito dopo, approfittando di un momentaneo abbassamento delle antenne di Clara, Freya vi fece scivolare anche quello color carta da zucchero.

Esprimeva evidentemente un’altra fase.

Pochi passi più avanti, una bancarella giapponese esponeva scatoline ordinate come piccoli scrigni. Dentro, i mochi riposavano su foglietti di carta sottile: rosa pallido, verde tè, lilla, crema. Erano rotondi, soffici e così innocenti da sembrare incapaci di contenere conseguenze.

Freya si avvicinò con reverenza.

«Proseguiamo con i mochi. Sono giapponesi, piccoli e hanno colori delicati.»

Clara ebbe un sussulto di disapprovazione.

«Che dilettante sei, Freya.»

«Prego?»

«Non si giustifica così l’acquisto di un dolce costoso.»

La lumaca si sporse dal cestino e abbassò la voce, affinché il venditore non potesse apprendere gratuitamente tecniche tanto raffinate.

«Devi dire che vengono consumati con intenzioni culturali e che costano abbastanza da essere considerati un’esperienza, non calorie.»

Freya annuì, impressionata.

«E poi» proseguì Clara «il tè verde annulla scientificamente tutto.»

«Ma certo!» esclamò la gatta. «Hai ragione, Clara. I mochi, in particolare, non fanno ingrassare. Rendono soffici interiormente. È completamente diverso.»

«Adesso sì che sembri una consumatrice preparata.»

Una scatola di mochi finì accanto al fiocco.

Clara annotò la spesa sul taccuino, aggiunse la voce arricchimento culturale e tracciò una linea sotto il totale.

«Dunque: fiocco sperimentale, mochi terapeutici… Cos’altro mettiamo nel carrello della cattiva gestione finanziaria consapevole?»

Freya si voltò verso di lei, scandalizzata.

«Mica sono egoista! Prenderò anche una sciarpa per Pico.»

«Ne possiede già undici.»

«Ma questa è antivento.»

La sciarpa finì nel cestino.

«E una brioche per Argentia.»

Clara la fissò.

«Argentia è uno specchio.»

«Ma adora i dolci e i piaceri proibiti.»

Freya continuò a passeggiare tra i banchi, distribuendo pensieri generosi a tutti gli abitanti del Solaio. Scelse un fermacarte per Grimoire, benché Grimoire fosse già abbastanza pesante da non essere mai stato spostato neppure da una corrente d’aria particolarmente ambiziosa. Comprò un piccolo cuscino da meditazione per Gustavo, che meditava benissimo ovunque, soprattutto nei piatti degli altri. Infine aggiunse una scatola di biscotti “per gli ospiti”, categoria che nel Solaio coincideva quasi sempre con Freya dopo le nove di sera.

Clara diventava sempre più scura. Le antenne si erano abbassate.

Il silenzio attorno a lei aveva assunto la densità minacciosa di una nuvola carica di pioggia.

Freya guardò il cestino. Guardò Clara. Poi suggerì:

«…E naturalmente ci manca un nuovo vaso per il Cactus!»

La trasformazione fu impercettibile ma completa.

«Che colpo basso» mormorò Clara, dirigendosi verso il banchetto dei vasi.

Freya la seguì con passo allegro.

«Il color terracotta potrebbe mettere in risalto la sua sobrietà» ragionava la lumaca.

Ma poi, sul banchetto, tra vasi gialli, azzurri e color crema, ne vide uno verde petrolio, attraversato da sottili venature dorate. La luce del pomeriggio scivolava sulla superficie lucida e faceva brillare i bordi come se fossero stati immersi nel miele.

Clara rimase di stucco. Poi si schiarì la voce.

«Tuttavia, per favorire l’autorevolezza botanica, si può fare un’eccezione.»

Dieci minuti dopo uscirono dal mercato con due fiocchi, una sciarpa, tre scatole di mochi, una brioche, un fermacarte, un cuscino da meditazione, i biscotti per gli ospiti e un vaso verde petrolio avvolto in sei strati di carta.

Clara aveva insistito anche per acquistare il sottovaso coordinato.

«Non è uno spreco» precisò durante il ritorno. «È tutela preventiva dei mobili.»

«Praticamente un investimento» ridacchiò Freya.

Clara annuì, finalmente soddisfatta.

Quando tornarono nel Solaio, il Cactus venne trasferito nel nuovo vaso e collocato vicino alla finestra. Non espresse alcuna opinione, ma sotto la luce del tramonto appariva indiscutibilmente più autorevole.

Freya indossò entrambi i fiocchi, aprì la prima scatola di mochi e ne offrì uno a Clara.

E così finì quel mercoledì, durante il quale, ufficialmente, nessuno aveva buttato via neppure un soldo.

Si erano limitati a trasformarlo in benessere interiore, diplomazia botanica e cultura giapponese.

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