
Nelle notti di luna piena, quando il Solaio profumava di lavanda e noia esistenziale, Freya non dormiva. Si metteva sul tetto, fissando il disco d’argento finché le macchie lunari non smettevano di sembrare crateri e diventavano scaglie.
Era allora che appariva Tsukiko, la carpa koi che abitava nei mari della tranquillità lassù. Non nuotava nell’acqua, ma nel vuoto cosmico, muovendo i baffi d’oro con la flemma tipica di chi vive a gravità zero da qualche millennio.
— «Ancora sveglia, gatta distratta?» bollicine di luce fredda scendevano dalla luna.
— «Il mondo è troppo rumoroso stasera, Tsukiko. E Pico russa in rima baciata,» rispondeva Freya, sistemandosi il fiocco rosa.
Poi la gatta tirava fuori una boccetta azzurra con la pozione fatta di piccoli desideri incompiuti, gonfiava le bolle coloratissime e le mandava alla carpa. Desideri piccoli, quasi timidi. Non i grandi sogni urlati — quelli trovavano altra strada. Questi erano i sussurri. La carpa raccoglieva le bolle una a una e non le restituiva mai uguali.
Il desiderio di “essere meno distratta” tornava colorato di azzurro e profumava di mirtilli.
Quello di “capire finalmente Gustavo” veniva rimandato indietro con un’etichetta rossa:
“Missione eccessivamente ambiziosa.”
Il desiderio di “diventare una gatta più disciplinata” ritornava con una piuma attaccata e una nota:
Si prega di non esagerare.
Ma quando Freya inviò una piccola bolla trasparente contenente il desiderio: «Vorrei imparare a stare ferma senza sentirmi in colpa», Tsukiko non la restituì subito.
La osservò a lungo, poi la colorò d’argento, il colore più raro.
— «Questo non è un desiderio piccolo, gatta distratta.»
— «Ah no?»
— «No. È uno di quelli che cambiano il modo in cui si abita il mondo. Ci vuole tempo per farlo diventare tuo davvero.»
Dopo aver raccolto tutte le bolle, Freya girava la coda attorno alle zampette e si metteva a chiacchierare con Tsukiko.
Parlavano di tutto ciò che è troppo leggero per restare a terra. Delle stelle che avevano cambiato posto per fare un dispetto agli astrologi, del sapore che avrebbe avuto il latte se arrivasse da una costellazione, delle mode discutibili delle meduse cosmiche e del perché gli umani passassero la vita a correre invece di perfezionare l’arte della pausa e della riflessione.
Ma il vero divertimento iniziava quando Tsukiko dava qualche lezione a Freya. La magia terrestre nel Solaio era caotica, ma con il riflesso argenteo della carpa lunare diventava fluidità pura. La carpa non offriva formule, ma prospettive capovolte.
— «Fletti la coda come una pinna, Freya. La gravità è solo una convenzione per chi ha paura di cadere. È ora di praticare la Magia della Sospensione.»
Tsukiko sosteneva che ogni creatura avesse diritto a lasciare qualcosa in sospeso, purché con eleganza.
Così, con un colpo di pinna lunare e un soffio felino, le preoccupazioni troppo insistenti di Freya venivano temporaneamente appese al cielo.
Il “Devo assolutamente capire cosa fare della mia vita” penzolava accanto alla costellazione del Cigno.
Una vecchia figuraccia di cui nessuno si ricordava più galleggiava tra Venere e una stella minore particolarmente comprensiva.
Tre discussioni immaginarie mai avvenute oscillavano pigramente come alghe, ancora convinte di aver avuto ragione.
E un’intera collezione di “domani sarò una gatta migliore” veniva parcheggiata vicino alla Via Lattea, in attesa di tempi emotivamente più favorevoli.
— «Non tutto deve essere risolto stanotte,» spiegava Tsukiko, facendo le bolle con la serietà di una filosofa acquatica. «Alcune cose migliorano semplicemente se smetti di strattonarle.»
All’alba, Tsukiko salutava con un guizzo d’oro e scompariva tra le scaglie della luna.
Freya tornava sul tappeto del Solaio con qualche preoccupazione in meno, guardando il cielo, dove quelle appese avrebbero continuato a dondolare con eleganza.
La magia non aggiustava la giornata in arrivo, ma, stranamente, il mondo sembrava un po’ meno urgente.
E per una gatta distratta, quello era già un piccolo miracolo.

