Da qualche giorno, a Codeville, si vociferava che l’atmosfera fosse diventata più ostile.

Nessuno sapeva indicare con precisione quando fosse cominciato. L’aria aveva ancora il profumo dolce dell’estate, le tende si gonfiavano alle finestre e il sole si posava regolarmente sui tetti. Eppure, qua e là, qualcosa sembrava essersi fatto meno accogliente.

La prova più evidente si trovava davanti al municipio.

L’aiuola, fino ad allora irreprensibile nel suo decoro istituzionale, aveva cominciato a ricoprirsi di un sottilissimo strato di ghiaccio. D’estate.

Ogni mattina la brina avvolgeva gli steli e bordava le foglie di bianco. I fiori tenevano le corolle abbassate; i petali, diventati fragili, tremavano anche quando non c’era vento. Dalla terra saliva un odore freddo e umido, simile a quello dei giardini dimenticati.

Ma non era questo l’aspetto più preoccupante.

Chiunque passasse accanto all’aiuola veniva assalito da un’improvvisa malinconia. Qualcuno ricordava una persona che non vedeva da anni. Qualcun altro avvertiva il bisogno di tornare a casa senza sapere bene quale casa intendesse. Persino il postino, uomo generalmente protetto da una solida indifferenza professionale, si era fermato sul marciapiede con la sgradevole sensazione che nessuno aspettasse davvero le sue lettere.

Fu così che Freya ricevette una richiesta d’intervento urgente, redatta su un elegantissimo foglio beige leggermente lucido. Nell’angolo superiore compariva il sigillo del municipio; più sotto, la parola URGENTE era stata sottolineata due volte con notevole compostezza amministrativa.

La gatta lesse il messaggio, osservò a lungo il sottile riflesso della carta e rimase pensierosa.

Poi andò da Gustavo.

Il cetriolo ascoltò la descrizione senza interromperla. Alla fine rivolse uno sguardo grave verso la finestra.

«Il freddo fuori stagione», disse, «raramente è un problema di temperatura.»

Freya non rispose. Prese il suo cestino preferito, vi sistemò alcune cose che riteneva necessarie e si avviò verso il municipio.

Prima di tentare qualunque incantesimo, doveva parlare con i fiori.

***

La piazza del Municipio appariva irritantemente cupa.

Il sole lucidava i tetti, l’aria profumava di gelsomino e fichi maturi e due cardellini, appollaiati sul bordo di una grondaia, si ostinavano a cantare qualcosa di allegro.

Nessuno li ascoltava.

Di tanto in tanto, anzi, qualche passante rivolgeva loro uno sguardo indignato. Quella melodia spensierata sembrava quasi un’infrazione, in un’atmosfera tanto grigia e compunta.

Freya si avvicinò all’aiuola.

Una margherita viola, con i petali ripiegati dal gelo, girò ostinatamente la corolla dall’altra parte.

«Buongiorno», disse la gatta. «Che clima deplorevole per fiorire. Anch’io non amo particolarmente la fine dell’estate.»

La margherita non reagì.

Freya batté una volta la coda sul selciato.

«Comunque, scegliere il ghiaccio per esprimere la malinconia è abbastanza scontato, non trovi?»

La margherita emise uno sbuffo tanto indignato che la terra sotto il muschio tremò appena.

«Malinconia?» gracchiò infine. La sua voce ricordava il crepitio delle foglie secche a novembre. «Ci hai forse scambiate per quelle sprovvedute violette del bosco? Loro chinano la testa al primo sospiro. Noi abbiamo mezza Codeville nelle radici.»

Freya inclinò un orecchio.

«Da lassù vedete un po’ di brina, abbassate la voce e vi sentite tutti molto sensibili», continuò la margherita. «Qui sotto, invece, ci arrivano le cose che voi avete troppa compostezza per mostrare.»

Un’altra foglia si ripiegò con un fruscio secco.

«E smettila di chiamarla malinconia. La malinconia, almeno, appartiene a qualcuno.»

Freya smise di battere la coda.

«Questa roba non appartiene più a nessuno. È il volgarissimo Incantesimo del Contegno Civico», tuonò la margherita.

Freya sollevò lentamente lo sguardo verso il Municipio.

Appena una settimana prima, in vista della festa d’autunno, sulle porte della città era comparso un avviso color avorio:

Si invitano i cittadini a mantenere una compostezza esemplare e a contenere ogni manifestazione emotiva incompatibile con il decoro di una cittadina rispettabile.

Freya l’aveva considerato il solito sfoggio di prosa municipale. Non aveva immaginato che qualcuno avesse avuto il cattivo gusto di scriverlo con inchiostro magico.

La questione diventava più chiara.

E decisamente più irritante.

«Le risate inghiottite ci arrivano alle radici come bolle che non riescono a scoppiare», continuò la margherita. «La rabbia dei passanti scende calda lungo le gambe, attraversa le scarpe e si deposita nella terra. Il pianto trattenuto lascia sale sulle foglie. E non ti dico che cosa fanno ai boccioli le dichiarazioni d’amore rimandate per eccesso di dignità.»

Da qualche parte, sotto il muschio, una radice diede un piccolo colpo secco.

La margherita abbassò la voce.

«Qui sotto finisce tutto quello che loro decidono di non sentire.»

Freya guardò la brina che ricopriva il bordo di una foglia.

«E il gelo?»

La margherita la fissò.

«Ogni volta che qualcuno sorride senza averne voglia, gela un altro pezzo di aiuola.»

Freya osservò le finestre impeccabili del Municipio. Tutta quella compostezza le sembrò terribilmente sconveniente. Poi si alzò lentamente.

Tirò fuori dal cestino una piccola ampolla di vetro scuro, un pennello spuntato e una fiala di polvere viola dall’aria decisamente sospetta.

Immerse il pennello nell’ampolla e tracciò sulla terra gelata un segno leggermente offensivo rivolto al Municipio. Poi sparse un pizzico di polvere viola e soffiò forte.

Il ghiaccio dell’aiuola non si sciolse.

Crepò con il suono di cento vetri infranti.

Dall’intrico delle radici si sprigionò un turbinio incontrollabile di colori e vapori. Scintille rosse di rabbia compressa volarono verso la farmacia; risate dorate rimbalzarono sui muri delle case; fili verdi di desideri mai confessati si avvolsero attorno ai lampioni. Una pioggia tiepida e salata cominciò a cadere, con notevole precisione, soltanto sulla testa degli impiegati comunali.

Per venti minuti, Codeville perse la testa.

Davanti alla drogheria, due signori rispettabilissimi presero a litigare ferocemente per l’ultima scatola di biscotti, rinfacciandosi nel giro di tre minuti disavventure risalenti a dieci anni prima. Poco distante, una signora solitamente compita scoppiò a ridere così forte da doversi sedere sul marciapiede tenendosi la pancia.

Il sindaco, colto da un improvviso e incontenibile attacco di stanchezza emotiva, aprì la finestra del suo ufficio e gettò di sotto l’intero Regolamento del Decoro Urbano, per poi richiuderla e fingere immediatamente di non essere stato lui.

I due cardellini sulla grondaia smisero di cantare, sbigottiti.

Finalmente nessuno li guardava con indignazione: la gente era troppo occupata a sentire ciò che provava.

Quando l’aria tornò limpida, nella piazza rimasero sguardi stanchi, capelli scompigliati e quel silenzio buono che arriva dopo un temporale estivo, quando nessuno ha ancora avuto il tempo di rimettere tutto in ordine.

L’aiuola non esplose in una fioritura da cartolina. Il terreno era ancora umido, scuro e un po’ sconvolto. Ma la margherita viola si raddrizzò di qualche millimetro e si scrollò di dosso le ultime scaglie di brina.

«Potevi fare meno disordine», brontolò, girando appena la corolla verso il sole.

Freya la guardò.

«Aver ragione non ti rende più simpatica.»

Rimise con calma l’ampolla nel cestino.

Codeville non era diventata più felice. E nemmeno più saggia. Qualcuno era ancora arrabbiato, qualcuno triste, qualcuno innamorato della persona sbagliata e qualcuno continuava a non avere la minima idea di cosa provasse.

Ma almeno, per quella sera, nessuno sembrò particolarmente interessato a nasconderlo.

Le tende alle finestre tornarono a gonfiarsi d’aria calda.

E sotto i piedi dei passanti, finalmente, la terra aveva smesso di tremare di freddo.

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